Il Sipario, N. Gandolfi

“ Ardito, senza pudori, catalogabile senza troppa fatica come l’allestimento più esplicitamente erotico dell’anno verdiano, è andato in scena- proprio a Parma, e nel sacro tempio del Regio- il Rigoletto del regista Henning Brockhaus. Alla prima lo spettacolo ha fatto scalpore, pittoresco negli epiteti con cui è stato contestao come nelle fioriture carnali in scena; ma nelle repliche è stato festeggiato come un fatto di casa, ormai adottato anche nello stile libero che lo caratterizzava. E, forse,
anche compreso. A mente fredda, dobbiamo dire che dietro l’involucro
di questa impostazione, marcatamente di scuola nordica ( dove il nostro teatro viene comunque visto come oggetto di culto, da frequentare, da tramandare, magari anche da spiegare alle nuove generazioni), si nascondeva una delle poche autentiche interpretazioni di un’opera di repertorio vista negli ultimi tempi.
Brockhaus, oltre che possiede un’ottima mano sul palcoscenico, domato nei movimenti d’assieme e nelle prestazioni individuali, veramente poco convenzionali per cantanti e coro, ha finalmente osato attraverso la lettura di musica e libretto una nuova impostazione del titolo verdiano.”
IL SOLE 24 ORE, Carla Moreni
15 luglio 2001

“ Un piccolo terremoto nell’estate afosissima della valle padana. Dopo le grida al sacrilegio della prima, rivista con un attimo di distacco ( e soprattutto con un pubblico meno rancoroso nei confronti dello staff dirigenziale di questo soffertissimo Festival Verdi 2001) la nuova produzione di Rigoletto va archiviata sicuramente fra gli spettacoli più intelligenti ed interessanti visti in questi ultimi anni. La bellezza, del resto,
è una percezione soggettiva: nel mondo creato dal regista tedesco Henning Brockhaus a rifulgere con sinistra grandezza è la fascinazione ossessiva del male e del sesso che – in qualche maniera bizzarramente funzionale- attira lo sguardo verso gli angoli più bui  della vicenda immaginata dal duo Verdi-Piave.
Nessuna volgarità gratuita ( a meno che non consideriamo volgari tout-court giarrettiere, guêpiere e tacchi a spillo) sia ben chiaro, ma una provocazione radicale e coerente che, dal punto di vista dell’immagine, si rifà senza falsi pudori a certo cinema di Pasolini, alla Cavani de “Il portiere di notte” ed ai parossismi cromatici di Peter Greenaway. L’effetto destabilizzante è molto forte, ma altrettanto forti sono certe oasi di poesia ( straordinario in questo senzo il quartetto “Bella figlia dell’amore”) che, inaspettatamente, incontriamo lungo il percorso di riflessione che la messa in scena obbliga comunque a fare.”

IL SIPARIO, Nicola Gandolfi, Agosto-Settembre 2001

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