Il Prigionier Superbo

La messa in scena dell’ultima delle sei opere di Giovanni Battista Pergolesi, il Prigionier superbo (Napoli, Teatro S.Bartolomeo, 28 Agosto 1733) prima dell’anno pergolesiano – nel 2010, ricorre il tricentenasio della nascita del compositore: a Jesi, sarà proposto l’integrale delle sue opere – è stata particolarmente felice. Ogni tassello è andato a posto: regia intelligente, cast omogeneo di buon livello, lettura musicale brillante che ha fatto comprendere all’orecchio d’oggiperché Pergolesi fu tanto amato, anche se l’opera ebbe successo solo per via dell’intermezzo La Serva padrona che invece n’ebbe di strepitoso, tanto da vivere di vita propria! Insomma, tutto al meglio, come ci si augurerebbe che sia sempre. Senz’altro l’opera, ultima ad essere proposta dal Festival, è la meglio riuscita. Seguire la trama è arduo. Quando i protagonisti si chiamano Sostrate, Rosmene, Metalce, Eridea, Viridate e Micisda, inutile cercare di memorizzarli: troppo esotici! Si potrebbe, tranquillamente, gettarli come dadi alla rinfusa in scena: perfettamente intercambiabili all’orecchio moderno. Il pubblico del ’700 conosceva le trame: era consuetudine rimusicare gli stessi libretti, infatti. Il «Prigionier superbo» è Sostrate, re di Norvegia in catene, vinto dal goto Metalce. È un balletto di tradimenti ed inganni tra Metalce che, colpito dalla bellezza, vorrebbe Rosmene (figlia del norvegese) invece della promessa Eridea, ed il principe di Danimarca Viridate che chiede Rosmene, che ricambia i suoi sentimenti – premio per l’aiuto a Metalce per battere Sostrate. Focus del dramma è Rosmene, obbligata da Metalce a scegliere se uccidere il padre o l’amato. Ma Sostrate riguadagna il trono con l’inganno: le coppie si ricompongono (Rosmene-Viridate, Metalce-Ericlea). Trama difficile… Più facile memorizzare i colori dei costumi che non cambiano nei tre atti! Ancor meglio, abbandonarsi alla musica, che Corrado Rovaris esplora con verve ed entusiasmo. L’orchestrazione raffinata mette in luce tutti i colori, poetica ed espressività: un affresco di affetti toccanti e virtuosismi pirotecnici. L’Accademia Barocca dei Virtuosi Italiani è brillante, luminosa, precisa, in simbiotica intesa perfetta con il direttore. La regia di Henning Brockhaus ambienta l’azione in una cava (scena fissa); impresse sulle pareti verticali, come per effetto di un’esplosione nucleare, impronte in negativo d’eAlementi architettonici barocchi (fregi, colonne…). Quasi fossili. Una sorta di Petra. Poi, la trovata registica geniale. All’inizio i personaggi, rientrano da una festa e si ricongiungono idealmente ai loro doppi: delle marionette; i primi in abiti moderni e legati alla voce (le donne in abiti femminili, maschili gli uomini), le seconde rigorosamente in sfarzosi abiti barocchi legati al personaggio, invece. Insomma, un metaspazio temporale, specchio del percorso dell’ascoltatore che vola con l’immaginazione sulle note in un altro tempo, in un altro mondo, in un’altra dimensione. A far da cornice, un buon cast a cominciare da Marina Comparato (Viridate) che ha bella estensione ed espressività: l’agilità non la spaventa. E Antonio Lonzano (Sostrate), prigioniero di un… handicap (in sedia a rotelle). Ciò nonostante, Metalce lo incita: «Siedi ed ascolta!»… ha presenza scenica da vendere ed una gran bella voce maschile, piena di vigore e musicale. Marina Rodriguez Cusi (Rosmene) ha un bel timbro, estensione e grande agilità. Giacinta Nicotra (Micisda) è molto morbida e musicale, ma potente quando serve. Ruth Rosique (Ericlea) affronta i virtuosismi con souplesse mantenendo la dizione molto chiara anche quando accelera. Ma-rina De Liso (Metalce) sembra forzare nell’acuto ed è un po’ debole nell’espressione degli affetti. Last but not least, il programma di sala è di rara completezza.

Loretta Fabrizi (11 settembre)

 

 

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