Vanne Carta Amorosa

Una voce in camera
di Alessandro Taverna

La coscienza moderna nasce in una stanza. Il filosofo Descartes ha preferito una camera a qualsiasi altro luogo, così da poter procedere indisturbato nella serie di riflessioni che lo condurranno a vedere sempre più chiaro e distinto nella propria mente. I dubbi che insidiano la ragione cartesiana sono sconfitti fra le quattro pareti di una stanza. E solo dopo aver fatto chiarezza su come stanno le cose, cautamente, la filosofia occidentale, si è affacciata fuori dalla stanza, per verificare se la natura corrispondesse alla costruzione che si era disposta nella mente.
È lo stesso segreto, gelosamente custodito dalla pittura occidentale, a partire da un momento imprecisato della sua storia: guardare attraverso una camera oscura per fissare, punto dopo punto, l’immagine riflessa delle cose che stanno fuori alla luce del sole. Il segreto non sembra ignoto neppure ai musicisti, che hanno cercato di mettere a fuoco le passioni che dominano l’uomo. E nuovamente fra Cinque e Seicento la camera è servita come un attrezzo privilegiato, circoscritto al perimetro di uno spazio riservato, che non è propriamente il palco di un teatro d’opera.
Forse è questa la riposta genealogia della cantata da camera…
La cantata è la camera oscura con cui ritrarre i sentimenti e dar loro espressione musicale. Aveva cominciato ad avvalersene Claudio Monteverdi nei suoi ultimi libri di Madrigali, nella Selva morale e spirituale dove si fa improvvisamente largo la voce solista, accompagnata, come accade in “Con che Soavità”, da nove strumenti suddivisi in tre gruppi.
La cantata affiora come camera oscura delle passioni umane, nel copiosissimo catalogo musicale di Giacomo Carissimi, dove per la prima volta si afferma in maniera netta e distinta quella dialettica fra il recitativo e l’aria, dialettica innescata da queste due sezioni in cui la cantata è suddivisa. Sono elementi primari che possono essere eventualmente duplicati, senza che la struttura ne risenta.
Alessandro Scarlatti percorre e ridisegna infinite volte questo tracciato. Per ottocento e più volte: quante sono le sue cantate, le cose da stanza. Grazie all’immenso repertorio elaborato dal musicista siciliano, la cantata da camera prende una forma caratteristica, concentrata, dove la musica vocale sembra opporsi alla dissipazione del melodramma. La cantata barocca si assegna ben definiti confini, entro cui operare un’attenta geometria delle passioni, un’algebra degli affetti, una fisica che misura tutto in base di un’estetica interamente fondata sulle sensazioni. La cantata in età barocca afferma l’identità della coscienza umana, offre il riflesso di una passione dominante attraverso la voce di chi canta.
La lettera è un meraviglioso principio illusionistico. Si introduce l’idea che le parole della cantata non percorrono il declivio artificiale di un soliloquio destinato a spegnersi o un monologo interiore espresso ad alta voce, ma siano piuttosto il frutto di quanto è stato scritto in un testo. Parole rivolte ad un’assente. Nell’ambito letterario, la lettera sostituisce la pagina di un libro con un pagina che sembra messa in cornice. Sottile artificio, di cui si appropria la cultura barocca. La lettera è un’azione, come dovrebbero essere tutte le lettere, a dar retta a Renato Serra. A teatro poi, la lettera è l’irruzione in scena della parola altrui. La lettera amorosa dispensa e trasuda lacrime, sangue, sospiri: eventi che pervengono alla sfera della fisiologia o della meteorologia trasposti, retoricamente al mondo degli affetti.
La lettera amorosa, fra chi canta e chi ascolta, traccia un vuoto. Nella camera ad ascoltare chi canta, non potrebbe esserci nessuno: implorazioni e lamenti si disperdono al vento. L’aria scorre attraverso il suo proprio elemento. Così come la lettera è scritta sulla stessa carta su cui sono trascritte le linee del canto e dell’accompagnamento strumentale.
Come il padre, come Emanuele d’Astorga o Orazio Tarditi, vissuti nella stessa temperie barocca, anche Domenico Scarlatti ha composto cantate. Lo ricorda Francesco Degrada, il musicologo a cui fra le ultime fatiche prima della sua immatura scomparsa, si deve la revisione delle opere che compongono Vanne, Carta Amorosa. “In tutta la sua vita, Domenico Scarlatti compose più di sessanta cantate. In un’epoca in cui il genere era ineluttabilmente al suo tramonto, questa significativa produzione è la testimonianza di un ininterrotto legame che unisce Domenico alla musica di Alessandro e alla tradizione barocca. [...] Il virtuosismo qui richiesto non è di tipo acrobatico (le cantate sono sprovviste di quei passaggi e altre fioriture stilisticamente indissociabili all’opera del XVIII secolo) ma molto più sottile, a tratti all’intonazione, l’articolazione, alle sfumature espressive, all’esecuzione sobria nell’ornamentazione [...] L’ampio sviluppo dei ritornelli e delle strofe, il predominio del maggiore sul minore, il passo piuttosto lento del ritmo armonico e la tendenza a usare tempi animati, sono altrettanti segnali che fanno di queste cantate preziose testimonianze del più progredito stile preclassico. Se la condotta del basso non ha più una forte relazione con la funzione contrappuntistica del tardo barocco, ma prospetta un mero supporto armonico, la scrittura per la voce e i due violini serba fra le parti relazioni di natura eminentemente polifonica, in contrasto con la pratica regalante allora diffusa. La scrittura strumentale è particolarmente degna di nota, variata all’infinito e ricca di dettagli elaborati in forma superba, riflesso dello stile da camera, propri al genere stesso della cantata. La scrittura vocale manifesta ugualmente grande varietà di espressione, caratteristico della più ‘moderna’ scuola di canto del tempo.”
Infine, sulla stanza condivisa dalle speculazioni filosofiche e musicali, sulla camera in cui sono iscritti tanti destini della cultura occidentale, si potrebbe chiamare a testimone la regina Cristina di Svezia. La sovrana, che volle Renée Descartes a Stoccolma, per spiegarle a viva voce la metafisica, nel suo dorato esilio romano avrebbe finito per assistere al teatro delle passioni umane rappresentato nelle cantate da camera di Alessandro Scarlatti.

Note di regia

I luoghi ci offrono le cose da amare, il tempo ci sottrae ciò che amiamo e ci lascia turbe di fantasmi, per i quali, dall’uno all’altro, si accende il desiderio. Perciò l’anima diviene inquieta e infelice, col desiderio di possedere ciò da cui è posseduta.
Agostino

Si è talvolta meno infelici ad essere ingannati da chi si ama che ad esserne disingannati.
La Rochefoucauld

L’idea di uno spettacolo sulle lettere d’amore di compositori come Carissimi, Tarditi, Alessandro e Domenico Scarlatti, e tanti altri che non è stato possibile inserire, è nata dalle ricerche dell’illustre musicologo Francesco Degrada.
Ci incontrammo con lui, per la prima volta, la scorsa primavera a Bologna, insieme con Vincenzo De Vivo e William Graziosi, con lui per discutere sulla sua idea di fare di questo delizioso materiale uno spettacolo. Lo ricordo con molto piacere anche per la sintonia che si è subito creata tra noi. Oltre alla sua eccezionale intelligenza rimasi colpito dalla sua vivacità e dalla sua freschezza. Avremmo dovuto incontrarci altre volte a Milano per approfondire il discorso avviato, ma gli appuntamenti, purtroppo, sono sempre stati procrastinati. Non sapevo che l’avrei incontrato una sola volta. Adesso che non c’è più, spero soltanto che nello spettacolo si realizzino i suoi suggerimenti e i suoi stimoli.
Lo spettacolo non ha una trama o uno svolgimento drammatico, ma tratta un unico sentimento ovvero il dolore dell’abbandono in un rapporto amoroso.
In tutte le Cantate si ripetono costantemente le stesse vicende: una persona dolente d’amore scrive ad un’altra per essere ascoltato o per riportare a sé il bene perduto.
Tentando di evitare una staticità da oratorio.
Le Cantate si alterneranno con la lettura delle “Lettere di una monaca portoghese” e di “Quartetto” di Heiner Mùller, testo, quest’ultimo, che fa da cornice allo spettacolo.
I testi di prosa sono stati inseriti non per raddoppiare il già detto ma per approfondire il discorso e dare la possibilità di entrare nel centro “mentale” del tema.
Attraverso effetti di straniamento ho cercato di arrivare a svelare i nostri meccanismi del soffrire, le deviazioni, l’incapacità di poter lasciare, l’attaccamento insano ad una cosa perduta, il voler possedere l’altro, il voler vendicarsi dell’altro, il piacere del dolore, che può arrivare a forme di sadismo e masochismo.

Lettera di Francesco Degrada
Milano, 12 gennaio 2005

Caro Graziosi,

come d’accordo le faccio avere una breve descrizione di massima del progetto «Lettere d’amore in musica», frutto di una ricerca da me eseguita negli ultimi anni.

Ho messo insieme e trascritto una quantità considerevole di cantate, dovute ad alcuni dei massimi musicisti del Seicento e del Settecento, che hanno come denominatore comune il fatto di essere basate su Lettere d’amore. La maggior parte di esse sono inedite e sconosciute e pertanto verranno presentate a Iesi per la prima volta.

Si pensava che il genere fosse limitato al primo Seicento (sulla scia delle più note fra esse, le due “Lettere amorose” di Claudio Monteverdi), mentre in realtà il successo di questo genere molto particolare arriva sino al 1750 circa e coinvolge autori della statura di Sigismondo d’India, Giacomo Carissimi, Alessandro Stradella, Biagio Marini, Orazio Tarditi, Antonio Lotti, Benedetto Marcello, Antonio Bononcini, Alessandro e Domenico Scarlatti, etc.

L’idea è di mettere in scena uno spettacolo di struttura leggera e di costi contenuti, basato su proiezioni di diapositive o su un’installazione multimediale (l’ipotesi è stata accolta con molto favore da diversi direttori artistici in Italia e all’estero e mi farebbe ovviamente piacere che lo spettacolo potesse avere una diffusione anche fuori Iesi). Si potrebbero sfruttare molti quadri che hanno per soggetto, appunto, la “Lettera d’amore”: una scelta, del tutto indicativa, è fornita da una serie di quadri che potrà vedere nel CD Rom che ho provveduto a spedirle (che contiene anche i testi di molte cantate). Ovviamente si potrà giocare anche su particolari delle immagine stesse alle quali si potranno accostare altri quadri d’epoca, di soggetto diverso (ritratti, ambienti, scene di musica, e così via).

Gli interpreti necessari sono:

Due cantanti (Soprano / Soprano ovvero Soprano / Mezzosoprano o Contralto).

1 voce recitante (Attore o forse meglio Attrice) alla quale affidare o la lettura dei testi delle cantate stesse ovvero testi di lettere d’amore autentiche di grandi autori del Seicento o del Settecento, o altri testi (da studiare, sono disponibilissimo a stendere io stesso una traccia, d’accordo con il regista).

Musicisti:

Le cantate sono o per voce e basso continuo o per voce, due violini, viola, basso continuo o per voce e piccolo gruppo orchestrale (per esempio: 3 violini I, 3 violini II, 2 viole, 2 violoncelli, 1 contrabbasso più clavicembalo e tiorba, per un totale di circa 14 elementi).

Si rende a questo punto necessario un incontro con lei, il Maestro De Vivo, il regista per ragionare intorno al progetto, scegliere musiche, interpreti e tipo di spettacolo che si intende realizzare. Se posso esprimere un mio pensiero, poiché i testi e le musiche sono di per sé molto intensi e suggestivi, vorrei che lo spettacolo fosse molto lineare, e che giocasse soprattutto sul fascino delle immagini e dei loro particolari, piuttosto che su una ricerca complessa di significati, simboli e quant’altro.

Con i miei migliori saluti,

Francesco Degrada

assistente alla regia PAOLO APPlGNANESl
assistente alla scenografia VESNA RESIC
direttore musicale di palcoscenico CARLO MORGANTl

Personaggi:

GIACOMO CARISSIMI 1605-1674
Scrivete, occhi dolenti (Lettera dettata dagl’occhi)
Cantata per soprano e basso continuo

ORAZIO TARDITI 1602-1677
Queste carte ch’io sparsi
Cantata per contralto e basso continuo

DOMENICO SCARLATTI 1685-1757
Piangete occhi dolenti
Cantata per soprano, 2 violini e basso continuo

EMANUELE D’ASTORGA 1680-1757
A Clorinda, al suo bene
Cantata per contralto e basso continuo

DOMENICO SCARLATTI
Scritte con falso inganno
Cantata per soprano, 2 violini e basso continuo

ALESSANDRO SCARLATTI 1660-1725
Il più misero amante
Cantata per contralto e basso continuo

DOMENICO SCARLATTI
Tinte a note di sangue
Cantata per soprano, 2 violini e basso continuo Doppo lungo servire
Cantata a voce sola in contralto con violini

revisioni di FRANCESCO DEGRADA

edizioni FONDAZIONE PERGOLESI SPONTINI

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