Macbeth

Henning Brockhaus: “Il Macbeth è uno spartito eccezionale ma presenta grandi difficoltà”

colloquio tra Henning Brockhaus e Costanzo Costantini

“Il Macbeth è una partitura eccezionale ma presenta grandi difficoltà” dice Henning Brockhaus; manca delle grandi arie, ben note o popolari, che incantano il pubblico nelle altre opere verdiane. È un’opera profonda ma irta di asperità, ostica, una bella bestia”.

È per questo che è stato e viene rappresentato meno delle altre opere verdiane?

“Non solo per questo, ma anche, se non soprattutto, per i giudizi errati cui è andato incontro nel corso del tempo. Rappresentato per la prima volta nel 1847 al Teatro La Pergola di Firenze e nel 1865 a Parigi, fino a quaranta anni fa era considerato un’opera minore rispetto al Rigoletto, La Traviata. Il Trovatore, la “trilogia popolare”. La verità è che è stato tenuto a lungo da parte per le difficoltà che presentava e che presenta”.

Quali sono le maggiori difficoltà che presenta?

“La maggiore difficoltà è data dalle streghe: le streghe che, all’inizio dell’opera, preannunciano a Macbeth e Banquo, i due generali di Duncan re di Scozia, che il primo diventerà signore di Cawdor e poi re, il secondo progenitore di re”.

Lei come la risolve questa difficoltà? Le streghe del Macbeth sono state viste, raffigurate e usate nelle maniere più diverse. Nel Macbeth di Ione-sco facevano lo strip-tease.

“Più modernamente, le streghe vanno interpretate come personificazione delle irrequietudini, delle angosce, dei pensieri mortuari che incalzano Macbeth e Lady Macbeth, il primo quale regicida e la seconda quale istigatrice del regicidio. In quanto tali, esse sono portatrici di quella carica vagamente erotica che la violenza porta sempre con sè e che rispecchia il lato morboso dei personaggi. Esse sono, in qualche modo, gli artefici delle spettacolo”.

Sono una sorta di “osceni uccelli della notte”, per menzionare la celebre locuzione di Henry James, o come gli uccelli dell’omonimo film di Hitchcock?

“Sono l’espressione figurativa ricorrente degli incubi onirici cui soggiacciono Macbeth e Lady Macbeth, leggere e perniciose come uccelli del malaugurio, inquietanti e funeste come spettri volanti”.

Anche i loro costumi sono allora nuovi?

“Poiché le streghe raffigurano degli incubi, dei brutti sogni, i loro costumi che in questa edizione sono firmati da Nana Cec-chi, debbono rispondere al loro ruolo. Sono infatti monocromatici, nelle variazioni di grigio. Il solo colore vivo è quello del sangue, gli altri sono vaghi, spenti, smorti. I costumi del Macbeth sono storici, ma anche astratti, e, in quanto tali, lasciano libertà di invenzione, anche se io non sono molte propenso all’attualizzazione dei costumi”.

Svoboda è d’accordo con questa impostazione della regia?

“Io e Svoboda lavoriamo insieme da molto tempo, questo è il decimo spettacolo che facciamo. Svoboda non prende in mano una matita se prima non abbiamo discusso approfonditamente l’idea-base dello spettacolo e abbiamo raggiunta piena intesa”.

Eppure la sua regìa della Traviata è stata definita “ipertradizio-nale” rispetto alla scenografìa di Svoboda.

“È una osservazione completamente stupida. La regia e la scenografia della Traviata sono il risultato di un lavoro comune, di una intesa perfetta fra me e Svoboda. Siamo entrambi contrari agli allestimenti grandiosi, imponenti e costosi. Subiamo entrambi il fascino dello spazio vuoto. Siamo entrambi in favore di un uso dinamico e moderno della spazio. Shakespeare recitava con attrezzature minime. Una sedia poteva diventare un trono. Ciò stimolava la fantasia dello spettatore”.

Oggi la messinscena del Macbeth verdiano non risente, anche senza che lo si voglia, delle versioni cinematografiche della tragedia di Shakesperare? Nell’edizione salisburghese del 1984, firmata da Piero Faggioni e da Ezio Frigerio, si avvertiva chiaramente l’influenza del film di Kurosawa, Trono di sangue.

“Trono di sangue ha dato un grande stimolo anche a me. Nel film di Kurosawa Lady Macbeth è l’ombra, la proiezione speculare, il doppio di Macbeth: in apparenza è un personaggio unico o unitario, in realtà è scisso, diviso in un lato maschile e in un lato femminile. Questa ambiguità del personaggio di Macbeth mi ha affascinato”.

Dei film di Orson Welles e Polanski che cosa l’ha affascinato?

“Il film di Orson Welles è molto fedele alla tragedia di Shakespeare. Il film di Polanski ha invece degli elementi nuovi. Lady Macbeth è una donna bellissima, con un viso angelico, mentre Verdi, stranamente, voleva che fosse brutta. La scelta di Polanski ere più giusta. Il mostro si camuffa, si nasconde, la malvagità si traveste. È questa un’idea molto più moderna e più realistica del male. Ma la caratterizzazione dei personaggi che Verdi realizza con la musica è geniale”.

La storia

Atto primo

Mentre attraversano una brughiera, reduci da una vittoriosa campagna contro i ribelli, Macbeth e Banco si imbattono in un gruppo di streghe che profeticamente li salutano il primo come signore di Glamis e di Cawdor e futuro re di Scozia, il secondo come padre di regnanti. Macbeth e Banco restano interdetti nell’udire il vaticinio, di cui tuttavia una parte si avvera subito. Un messaggero di Re Duncan infatti porta la notizia che colui che si fregiava del

titolo di signore di Cawdor si è macchiato di tradimento ed è stato condannato a morte e che del titolo il sovrano ha insignito Macbeth in premio della sua fedeltà e dei suoi servigi. Banco medita come talora per sospingerci al male le potenze tenebrose ci rivelino lembi di verità; l’animo di Macbeth già comincia a essere sconvolto dal miraggio del dominio. Nell’atrio del castello Lady Macbeth apprende da una lettera del marito la profezia e nella sua smodata ambizione si ripromette di non rifuggire da alcun mezzo pur di conquistare il trono. Un servo le annuncia che il re, accompagnato da Macbeth, sta per giungere e pernotterà al castello. Il destino sembra dunque favorire i suoi criminosi disegni offrendole l’occasione di sopprimere Duncan e consentendo così a Macbeth di succedergli. Appena vede il marito, Lady Macbeth gli espone il suo piano: Macbeth dapprima esita, ma poi non sa resistere alla sua cinica ed incalzante determinazione. Quando ritorna dall’aver pugnalato nel sonno Duncan appare sconvolto: il suo smarrimento, il rimpianto di ciò che sente d’aver perduto per sempre: sonno, pace della coscienza, salvezza dell’anima, contrastano con l’implacabile freddezza della moglie che non risparmia ironicamente allusioni al suo conclamato valore. Macduff e Banco scoprono per primi il delitto. Alla costernazione e allo sdegno di tutti gli accorsi si associano con ipocrisia i Macbeth.

Atto secondo

Malcolm è riparato in Inghilterra e la sua partenza ha dato fondatezza al sospetto diffuso ad arte che sia lui l’assassino del padre. Due soli uomini possono sbarrare ancora ai Macbeth il passo al trono: Banco e suo figlio.

Bisogna eliminare anche loro, è la concorde decisione dei Macbeth, ormai prigionieri dell’irrevocabile spirale di sangue. Un gruppo di sicari è incaricato dell’esecuzione, alla quale però riesce miracolasamente a sottrarsi il giovane Fleanzio. I Macbeth riuniscono a festoso banchetto la loro corte. Lady Macbeth pronuncia un brindisi, cui tutti i convitati rispondono. Ma una terribile visione agghiaccia Macbeth: l’ombra di Banco. Nessuno riesce a rendersi conto dell’improvviso turbamento di Macbeth. Riprende il brindisi. Alla seconda apparizione dello spettro Macbeth ritrova il controllo di se stesso e decide di recarsi a interrogare nuovamente le streghe.

Atto terzo

In una caverna le streghe sono intente ai loro sortilegi. Si presenta Macbeth e domanda che gli sia svelato il futuro. Una sequenza di apparizioni via via lo consiglia di guardarsi da Macduff, lo rassicura che da nessun nato di donna dovrà temere offesa, gli dà la fallace certezza che sarà glorioso e invincibile finché la foresta di Birnam non gli muoverà incontro, mentre dai fantasmi di otto re trae conferma che dopo di lui regnerà la stirpe di Banco. A questo punto Macbeth perde i sensi. Obbedendo al comando di Ecate, regina della notte, le streghe evocano ondine e silfidi perché confortino Macbeth. Quando egli rinviene ha accanto la moglie: insieme giurano che sventeranno le trame di Macduff e poiché costui è fuggito in Inghilterra faranno sì che sia colpito oltre che nei suoi affetti, la sposa e i figli, anche nei suoi beni.

Atto quarto

Nella foresta di Birnam Macduff e altri profughi scozzesi piangono la patria oppressa e le famiglie distrutte da Macbeth. Sono raggiunti da Malcolm che è alla testa di soldati inglesi e che gli ordina di strappare rami dagli alberi per mascherare l’avanzata contro gli uomini di Macbeth. Intanto nel castello Lady Macbeth si aggira oppressa dai suoi incubi: assistita da un medico e dalla sua dama di compagnia, delira, ha l’impressione di avere le mani insanguinate, confessa i suoi misfatti e quelli del marito. Macbeth, abbandonato da quasi tutti i suoi, comprende che la situazione precipita e che ormai anche i presagi in cui più fidava gli si rivoltano contro: Lady Macbeth è morta e la foresta di Birnam è in movimento. Nella pianura gli inglesi avanzano: liberatisi dalle fronde che li mimetizzavano, essi danno mano alle armi. È la fine di Macbeth: Macduff, che lo affronta viso a viso, non è “nato di donna” ma fu tolto a forza dal grembo materno. Così anche l’ultima predizione si avvera. Un inno di esultanza saluta la morte dell’usurpatore e l’ascesa al trono di Malcolm.

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