Jacob Lenz

Pazzia di una farfalla

“Forte e inquietante «Jacob Lenz» con la regia di Brockhaus al Lauro Rossi. Eccellenti gli interpreti. Due soli nei: parlati inseriti nella partitura originale e niente repliche”

di Carla Moreni

Quanti sono in Italia i teatri da 400-600 posti? Tanti? Bene, prendano Jacob Lenz di Wolfgang Rihm, in questa produzione di Brockhaus al Lauro Rossi di Macerata. L’opera ha trent’anni, debuttò nel 1979 ad Amburgo, nei teatri in Germania è quasi di repertorio. Il suo autore è uno dei grandi della composizione, testa da discepolo di Bach, finissimo costruttore, cuore da poeta del nostro tempo, lirico ed essenziale. Lenz era il poeta Sturm und Drang di cui Goethe diceva: ha ali di farfalla, ma andando troppo vicino alla fiamma si è bruciato. Troppo radicale, troppo forte nell’idealismo, sono i forti i più fragili. Georg Buchner gli dedicò una famosa novella: lui che si chiamava Lenz, primavera, finì poi pazzo. Ma al Buchner del Woyzeck piacevano questi soggetti.
Henning Brockhaus ci ha abituato a leggere il teatro dal presente, non è un numismatico, non fa collezione di titoli d’opera. Ha scelto un titolo in qualche modo didattico – perchè riguarda tre secoli diversi, tre campate della grande cultura germanica – e ne ha fatto un corso all’Accademia delle Belle Arti di Macerata. Nel teatrino gioiello, fresco di restauri, dove al portone accanto hai l’Accademia e un passo dopo l’università, tutto riacquista una radice italiana che va difesa non per campanilismo, ma per il piacere della cultura. Il Lauro Rossi è al completo, di pubblico normale, normalissimo, come non capita mai, e l’ascolto è molto diverso.
Dato che ha uno scopo didattico, la partitura originale di Rihm, coi suoi tredici quadri brevi, viene strategicamente inframmezzata da parlati, a saliscendi nero chiuso. Questo è l’unico aspetto dell’allestimento che non ci piace. Peccato veniale, emendato peraltro col nobile scopo della divulgazione. Coi testi della novella si capisce di più, forse, ma non sempre è necessario spiegare per capire. E poi gli attori, giovani. ben preparati, sono un po’ attortali, l’italiano scappa, non c’è il passo voluttuoso dell’opera di Rihm.
Sì, perchè il suo Lenz che in qualche punto tristaneggia, molto wozzeckeggia, ma soprattutto da cima a fondo ba-cheggia – è letteralmente inzuppato di Bach, dalle citazioni ai violoncelli, nella buca coi pochi strumenti da camera, ai corali sul palcoscenico, che sembrano recuperati a brandelli da antiche navate gotiche – è una partitura che gronda affetto. Pur se disciplinata come ala di farfalla. Allineato a questa affettuosità, Brockhaus non ha dubbi: non sta lì a farci aspettare, spiandola dalla serratura, la pazzia di Jacob. Ce lo dà già subito pazzo, dall’inizio. Il sipario si apre su una scena chiara e inquietante, potrebbe essere una sala d’aspetto abbandonata, in rovina, ma ha pareti da dove affiorano a bassorilievo forme umane, da incubo. L’acqua scende abbondante dalie vetrate del soffitto, due tazze (wc) sono in bella vista in proscenio-verranno pubblicamente usate, una è un bidet c’è un calorifero arrugginito in un angolo, di viscontiana memoria, e la vasca da bagno, rifugio di Lenz. Il lato più doloroso della pazzia è il ridicolo: «Bade», risponde Lenz nella prima domanda del libretto. Che fai? Un bagno. Il nostro però non è un giovane signore colto nelle occupazioni della tarda mattina. È un delirante schizofrenico, circondato da matti come lui. Nell’ultimo quadro il regista (anche scenografo, i costumi Ottocento borghese sono di Giancarlo Colis) lo rimetterà lì. allo stesso posto, nella vasca, ma con la camicia di forza addosso. «Conseguenza, conseguenza», delira.
Gli interpreti sono fantastici, a partire da Tomas Moewes, di voce e fisicità conturbanti. Ha vicino Michail Ryossov e Lorenzo Carola, i lievi contrappunti delle sei voci del coro, le due voci bianche, gli 11 strumentisti ot-timi della Filarmonica marchigiana, guidati con professionalità da Giuseppe Ratti. Bene tutto? No, c’è un neo. L’opera si dà una volta sola. Tanto lavoro, per una sera e basta. Forse nei teatri intorno la chiederanno. Per favore, fate girare questo Jacob Lenz. La poesia vi ringrazierà, e così il pubblico.

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