Elektra

La Storia

La reggia degli Atridi a Micene. – Nel cortile interno cinque ancelle, vigilate da una guardiana, attingono acqua dal pozzo e ciarlano della furia che affligge il palazzo: la figlia della regina, Elettra, livida d’odio e di rabbia che si strugge nell’antica memoria del padre morto. Una sola delle ancelle, giovanissima, difende la principessa: «Nulla al mondo è più regale di lei. Giace lacera sulla soglia, ma nessuno, nessuno in casa sostiene il suo sguardo». Le compagne irate spingono la giovane in casa e la malmenano. E il tramonto. Appare Elettra assorta nel pensiero dell’assassinio del padre, scannato in un’insidia dalla sposa Clitennestra, sua madre, e dal suo vile amante Egisto. Sorga lo spettro di Agamennone dalla tomba, assista sua figlia nell’attesa del fratello Oreste, il vendicatore: verrà il giorno della grande vendetta, il giorno del sangue e delle danze, festa regale della vittoria. Crisotemide, la sorella più giovane, esce spaventata dalla casa: spiando ella ha sentito che la madre ed Egisto, ora suo sposo, rinchiuderanno Elettra in una torre buia. Crisotemide ha paura, implora la sorella di cedere, di rinunziare a quell’odio che le incatena entrambe, perché vuole essere libera, godere del sole, gioire di nozze e di figli. Il loro fratello, Oreste, è esule né di lui è mai giunta notizia.

Un tumulto nella reggia interrompe il colloqui delle due sorelle, una schiera di servi trascina le vittime per un sacrificio. Clitennestra, la regina, ha sognato, ha sognato il figlio lontano ed ha gridato. «E terribile quando ha paura!» esclama Crisotemide, e fugge. Alla regina, sfatta, atterrita, carica di talismani e di amuleti, si fa incontro Elettra; le due donne, madre e figlia, si affrontano.

La collera e la paura scuotono Clitennestra, ma oggi Elettra è un’altra, è dolce, sottomessa, «parla come un medico»”. La madre piena di speranza allontana le ancelle. «Non sono buone le mie notti. Non hai un rimedio contro i sogni?». Un demone, un orrore senza nome veglia le sue notti, distrugge le sue carni. Conosce Elettra, la saggia, il rito e le vittime per stornare quel demone? Sì, li conosce: «una vittima non consacrata e riti meravigliosi, da eseguire con tutta esattezza». E chi dovrà compiere i riti? Oreste, l’esule non dimenticato. Clitennestra trasale: «Ti ho proibito di nominarlo!», e minaccia di strappare ad Elettra con i tormenti il segreto di quei riti. Elettra s’avventa contro la madre: «Chi deve versare il suo sangue? La tua cervice quando il cacciatore ti abbia catturato! Allora non sognerai più, né io avrò più bisogno di sognare». Clitennestra, sconvolta dall’orrore, fissa la figlia. Ma dalla reggia accorre una confidente e sussurra delle parole nell’orecchio della regina nella quale lo spavento si tramuta in un’ebbrezza indicibile: «Luce», grida, «luce!», e nella reggia si rincorrono le fiaccole. Scossa da un riso di trionfo, la regina si allontana. Crisotemide con un altro gemito annunzia ad Elettra che Oreste è morto, due stranieri hanno portato la notizia: è morto lontano, travolto dai suoi cavalli, e loro due saranno sole per sempre, senza difesa. Elettra non esita, agirà lei stessa, lei e la sorella unite. «Ora tu ed io dobbiamo entrare e abbattere colei ed il suo uomo», per questo ha serbato la scure che un tempo colpì il padre. Crisotemide è atterrita, Elettra la implora, la accarezza, le promette affetto e tenerezza il giorno in cui andrà sposa. Crisotemide fugge, Elettra la maledice. Agirà sola, e come un animale scava per dissotterrare l’ascia. Uno straniero s’avanza nel cortile, è il messo che da lungi ha portato la triste novella per la gioia dei due empi. «Araldo dell’infelicità» lo chiama Elettra, e si dispera di quella morte, della miseria propria, della propria solitudine. La profonda pietà dello straniero la colpisce, ha paura. Dolcemente lo straniero esclama: «I cani del cortile mi hanno riconosciuto, e non mi riconosce mia sorella?». I due fratelli si abbracciano nella massima esaltazione. Il tutore di Oreste rimprovera la loro imprudenza, Oreste deve entrare nella casa ora che non è vigilata. Elettra resta sola, in un’attesa fremente: ma al fratello non ha dato la scure: «In cielo non ci sono dèi». Dall’interno echeggia l’urlo di Clitennestra. «Un altro colpo!», grida Elettra come un’ossessa, e un secondo urlo segue il primo. Crisotemide e le ancelle escono atterrite da quelle urla, ma all’arrivo del re Egisto si rifugiano di nuovo in casa. Egisto è accorso dalla campagna per apprendere di persona la notizia della morte di Oreste: Elettra gli si fa incontro umile e, sinistramente danzando con la fiaccola, gli illumina il cammino fino all’ingresso del palazzo. Dopo un breve silenzio Egisto invoca aiuto: «Non mi ode nessuno?», grida. Ed Elettra risponde a quel grido: «T’ode Agamennone!». La vendetta è compiuta, tutta la casa è in tripudio. Crisotemide felice invita la sorella ad unirsi alla festa di tutti. «Taci e danza», canta Elettra nella sua esaltazione, «chi condivide la nostra gioia deve solo danzare e tacere!». Come una baccante, segna i passi di una danza senza nome, passi di un convulso trionfo, poi stramazza a terra, immobile. Crisotemide invoca il fratello.

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