Don Chisciotte

Conversazione con Henning Brockhaus

Questo “Don Chisciotte” è un progetto su Cervantes, non solo uno spettacolo tratto da Cervantes. Il testo è basato sul romanzo e ad esso si aggiungono quattro intermezzi teatrali da lui scritti in forma di farsa, “Il magnaccia vedovo”, “Il teatrino delle meraviglie”, “La grotta di Salamanca”, “Il giudice dei divorzi”, che rafforzano la lucidità della critica alla società del tempo e la forza innovativa dello scrittore spagnolo. Il teatrino delle meraviglie, per esempio, che apre il secondo episodio, e che io ritengo il più avanguardistico, è un esempio di puro surrealismo: le meraviglie di cui si racconta non possono essere viste da ebrei o figli illegittimi e quindi il piccolo borghese che vuole essere considerato persona “per bene” deve “per forza” vedere anche quello che non esiste. Oppure l’intermezzo de “Il giudice dei divorzi” in cui Cervantes, nel 1600, scrive che il matrimonio dovrebbe essere come il contratto d’affitto, rinnovabile ogni tre anni…

Il romanzo di “Don Chisciotte” è scritto per lo più in forma di dialogo e pertanto ben si presta ad essere portato in teatro. IL problema è trovare la chiave e lo stile della recitazione che non deve mai essere realistica, ma piuttosto densa di effetti stranianti e riferibile alla forma del teatro epico dal momento che i dialoghi stessi, sebbene resi in forma drammaturgica, rimangono pur sempre letterari.

Ho cercato di mescolare figure e personaggi, affidando talora alle attrici ruoli maschili e agli allievi della Scuola del TST il ruolo di inservienti della locanda, risolti in alcuni casi con interventi quasi danzati, in una dimensione di vera follia. E lo spazio scenico della locanda diventa anche ospedale, galera, una grande mensa un po’ strana nella quale viene raccontata la storia. Ho cercato di evitare l’iconografia classica di “Don Chisciotte” e Sancio, la stessa descrizione fisica che di loro fa Cervantes non trova una corrispondenza in natura, sono personaggi astratti, simbolici, sono lo strumento attraverso cui Cervantes dà corpo ad una critica feroce della società di allora, del suo fanatismo religioso, del suo moralismo bigotto. Probabilmente gran parte dei dialoghi sono quasi cifrati, strettamente legati al loro tempo ed oggi per noi incomprensibili o irrecuperabili nel loro senso originario. Ma la modernità di Cervantes sta nell’aver colto e narrato i caratteri universali dell’uomo occidentale tanto che persone dotate di una certa sensibilità non possono non riconoscersi anche oggi nella figura del Cavaliere dalla trista figura e nel suo desiderio di sollevarsi da una realtà cupa e monotona attraverso le storie immaginarie del racconto. E così il romanzo riacquista nuova importanza.
Ho scelto, per esempio, di non portare in scena Dulcinea, che è in realtà il sogno del puro ed eterno femminino, un’idea, un’astrazione. Lo stesso “Don Chisciotte” non vuole incontrarla o vederla, ha paura che rivelandosi in carne e ossa, possa esserne deluso, al punto da credere che la brutta contadina presentatagli da Sancio come Dulcinea (imbroglio alla “Don Chisciotte” che Lo scudiero gioca al suo padrone) sia realmente la sua amata trasformata da un incantesimo. Nel mio “Don Chisciotte” non ci sono i mulini a vento, ci sono l’arte, la letteratura, il sogno, l’essere immediati nella realtà. La normalità è la vera follia da cui rifuggire.
Per me il centro assoluto del “Don Chisciotte” è l’elogio della bellezza della fantasia, l’esaltazione della creatività artistica. Per me “Don Chisciotte” è un artista.
Ho cercato di mantenere il più possibile inalterata la forza espressiva del linguaggio originario. I personaggi che “Don Chisciotte” incontra sono spesso i reietti della società: ladri, assassini, sfruttatori e puttane (che fin dal primo episodio dello spettacolo ricevono il cavaliere nella locanda). Spesso i traduttori edulcorano la lingua e ammorbidiscono queste figure, che invece Cervantes descrive in maniera forte e diretta. Sono i personaggi che lui stesso ha incontrato nelle patrie galere come il locandiere, una specie di “magnaccia” assai colto che si esprime con citazioni letterarie, che non nasconde un chiaro tratto autobiografico dell’autore. In alcuni momenti la situazione e le storie sono talmente attuali da far nascere il sospetto di attualizzazioni o riscritture: non ho cambiato una parola, era tutto già scritto. Anche la follia di “Don Chisciotte” ha in sé un forte elemento autobiografico: scrivere è stata l’unica possibilità di salvezza per Cervantes che nel corso della sua avventurosa esistenza aveva esercitato le più diverse professioni, si era arruolato, aveva viaggiato, andando sempre incontro a fallimenti fino a trovarsi rovinato, senza averi, in galera. Ed è proprio lì e in quel momento che Cervantes comincia a scrivere il primo volume del “Don Chisciotte”, acquisendo alla sua uscita fama, protezione e soldi. La follia di “Don Chisciotte” è la rappresentazione dell’esistenza assurda e paradossale del suo autore e il racconto grottesco della sua salvezza.
Tra gli elementi scenografici ho voluto l’immagine di un Cristo capovolto: alcuni critici hanno scritto che “Don Chisciotte” è un Cristo grottesco e il suo desiderio di aiutare deboli, oppressi e bisognosi richiama passaggi biblici, e forse questa definizione non è del tutto sbagliata. Nel suo voler far del bene, “Don Chisciotte” finisce per combinare guai e peggiorare le cose: tenta di salvare dalle botte di un contadino un garzone e lo fa finire in ospedale, libera i galeotti e viene da questi lapidato.
Don Chisciotte legge, legge, legge; poi ad un certo punto decide di uscire da casa, di lasciare tutto dietro di sé e di diventare una figura poetica.
Per raccontare questo geniale meccanismo ho scelto, ad inizio spettacolo, di far salire “Don Chisciotte” su un palcoscenico dove si sta svolgendo una prova di Amleto e di fargli indossare costumi ed oggetti di scena che lo trasformano in cavaliere errante. Ho scelto l’Amleto perché questo personaggio è l’estremo opposto di “Don Chisciotte” . Turgenev ha fatto un bellissimo paragone tra le due figure: quanto Amleto è bloccato in se stesso, incapace di reagire, di essere, di fare, di irrompere nella vita, ritirandosi da essa, tanto “Don Chisciotte” è completamente libero da se stesso, si intromette in ogni occasione, con un coraggio senza limiti, irrompe totalmente nelle situazioni, ma in forma non concreta bensì grottesca.
È inquietante, inoltre, sapere che i due testi, “Don Chisciotte” e Amleto, sono stati pubblicati nello stesso periodo e che probabilmente Shakespeare e Cervantes sono morti nello stesso giorno dello stesso anno.

La Mancia dove “Don Chisciotte” con Sancio si trova ad errare è in realtà un deserto, un vuoto, come in Godot, dove tutto gira su se stesso. E le persone che incontra sono quelle del suo paese, persone normali, gente buona e gente disgraziata, poveri, caprai, contadini, locandieri, galeotti, prostitute, non sono ricchi o figure nobili, appartengono al mondo basso, come il barbiere o il curato che, stranamente non dice mai una parola religiosa, non recita preghiere, ma fa numerose considerazioni sulla letteratura.

Nello spettacolo ci sono parole, musica, canto, danza, tutte le forme artistiche che compongono il teatro. La locanda è un palcoscenico dove un soprano cammina in mezzo ad una prova di attori, una pianista suona Chopin e Cage, una ballerina danza interpretando il sogno esotico del nuovo mondo e dell’insula agognata da Sancio, un percussionista suona jazz, un coro interpreta ensaladas, madrigali barocchi composti da Mateo Flecha, contemporaneo di Cervantes, perseguitato come eretico e morto in galera….
È l’energia creativa la forza che muove la storia, che lega un episodio all’altro.

Note di drammaturgia
di Giorgio Marangoni

L’argomento del nobiluomo di campagna che viveva una vita che l’opprimeva, paralizzato da vincoli postigli da un lato dall’appartenenza ad un ceto e dall’altro dalla sua povertà e si rivolge ad un mondo illusorio, che impazzisce non in seguito ad una scossa terribile, come Amleto, ma perché ha letto troppi romanzi cavallereschi, offrì a Cervantes la possibilità di mostrare il mondo sotto l’aspetto di un gioco, che non giudica e non domanda. Per lui un buon romanzo non serve a null’altro che ad un onesto divertimento. Questo tema Cervantes lo sparge su tutta la sua opera, e con questa chiave abbiamo cercato di aprire il romanzo, nella sua trasposizione teatrale, legandolo alla rappresentazione di alcuni suoi “Intermezzi”. Soprattutto nel “Don Chisciotte”, ma anche negli altri scritti, non troviamo né il tragico né il problematico, quantunque sia uno dei capolavori di un’epoca in cui si formavano la problematica e le tragedie europee.
Esprime una gaiezza universale, estesa a tutta la società, e con ciò libera da critiche e problemi, nella rappresentazione della vita quotidiana, nello scontro continuo tra realtà e illusione. Le possibilità di variazione, di prospettiva, di mescolanza di fantastico e quotidiano, di versatilità, di maneggevolezza, la possibilità di inserirvi il mondo più variopinto in una luce che si accordava con la sua stessa anima: questi sono stati i temi che Cervantes ha trattato e con i quali ha scritto la sua opera.
Con lo stesso animo e predisposizione siamo entrati nel “Don Chisciotte” , cercando di trarne uno spettacolo che esprima tutto questo. Happening continuo, libero teatro nel teatro, sovrapposizione e mescolanza di teatri diversi. Recitazione, danza, musica, circo ci danno la possibilità di liberare tutto questo; di giocare, di inscenare la follia che diventa ridicola di fronte alla realtà quotidiana.
Ma “Don Chisciotte” non è solamente comico, non è come il vecchio ridicolo o il soldato millantatore o il dottore pedante e ignorante. È un uomo che nella sua follia conserva una naturale dignità e superiorità, su cui non influiscono i molti insuccessi. Sancio e “Don Chisciotte” sono legati da una relazione nella quale Sancio gioca dentro una saggia gaiezza con la pazzia di “Don Chisciotte”. Si compenetra con il suo mondo, accetta totalmente la personalità di “Don Chisciotte”, e la rivive immediatamente dentro di sé.
Lui, contadino, ignorante, cristiano di vecchio ceppo, che fino a pochi mesi prima non avrebbe immaginato tutto quello che gli succede, adesso vive alla sua maniera nel mondo delle avventure cavalleresche e ne è ammagliato. Sancio ci offre il migliore aiuto per comprendere “Don Chisciotte” . Tutto questo rafforza il suo legame con il cavaliere errante, è la sua consolazione e la sua controparte, è tuttavia un consimile che gli si contrappone e che impedisce che la pazzia lo rinchiuda in una gabbia isolante. È un motivo vecchissimo nelle farse, nelle caricature, nei circhi e nel cinema: questi due tipi comici o semicomici che se ne vanno insieme e contrastano con tutte le combinazioni possibili secondo i vari paesi e le varie civiltà. Tutto è un delirio di tenerezza e di sogno, giochi e motivi incontrollati, nei quali il pubblico, aiutato dagli attori, che sono sempre in scena, dovrà entrare e costruire il proprio gioco di fronte a tutto quello che succede in questo spazio non usuale.

Personaggi e interpreti

“Don Chisciotte”
Don Chisciotte Michele de’ Marchi
Sancio Panza Luca Fagioli
Curato/Contadino Paolo Bocelli
Andrea, il garzone Cristina Cattellani
Prostituta/Governante Laura Cleri
Prostituta/Biscaglino Paola De Crescenzo
Nipote/Marcella Laura Mazzi
Prostituta/Dama Tania Rocchetta
Barbiere /Locandiere Marcello Vazzoler

Il magnaccia vedovo
Trappola Michele de’ Marchi
Chichisnacche Paolo Bocelli
Vademecum Luca Fagioli
Juan Claros Marcello Vazzoler
La Sciccosa Paola De Crescenzo
La Cutrettola Tania Rocchetta
Traccagnotta Laura Cleri
Escarraman Cristina Cattellani

Danzatrice Susanna Giarola
Soprano Clarissa Romani
Pianoforte Daniela Ferrati
Percussioni Luis Agudo

Inservienti, Giovani del funerale, Prostitute

Tyrone Fabiano Bertelo, Sarah Biacchi, Roberta Braga, Cristiano Caldironi, Francesco Chiavon, Antonella Ciaccia, Simone Faucci, Camilla Fabbrizioli, Sara Galli, Maria Chiara Giordani.Valentina Grasso, Cecilia Lattari, Filippo Pagotto, Morena Rastelli, Valerio Tambone, Francesco Tonti

Teatro Cavallerizza 6, 27, 28,30 aprile – ore 21.00

In un piccolo borgo della Mancia di cui non voglio ricordare il nome
(dal romanzo “Don Chisciotte” e dall’intermezzo II magnaccia vedovo di Miguel de Cervantes)

primo episodio

Con la partecipazione della Scuola di Teatro di Bologna Corso Superiore per Attore di Prosa n. 52 Regione Emilia Romagna FSE

La Storia

Un uomo legge l’esordio del romanzo “Don Chisciotte” mentre alcuni attori provano una scena dell’Amleto di Shakespeare. L’uomo irrompe sul palcoscenico e, indossati abiti e oggetti di scena, si trasforma nel Cavaliere errante. “La fantasia gli si empì di tutto quello che leggeva nei libri … e gli si ficcò in testa a tal punto… che per lui non c’era al mondo altra storia più certa… e gli parve conveniente e necessario farsi cavaliere errante… e andarsene per il mondo con le sue armi e cavallo a cercare avventure e a cimentarsi in tutto ciò che aveva letto” legge poco dopo un contadino, Sancio, che “Don Chisciotte” sceglie e istruisce quale fido scudiero. Unici personaggi veri in un mondo di fantasia dove basta una briglia e un nome, Ronzinante, per credere all’esistenza di un cavallo; dove la donna amata è una idea poetica che ha nome Dulcinea. E dove è credibile che l’investitura a Cavaliere sia officiata da tre prostitute all’interno di una locanda. Un mondo alla rovescia, in cui il bene dispensato causa sempre male, come succede al giovane garzone che evita le botte di un contadino fintanto che “Don Chisciotte” interviene a suo favore ma che, alla dipartita di questi, verrà ancor più brutalmente picchiato.
Un mondo rappresentato, che esiste solo nei racconti, nei libri e che causa follia tanto da indurre la governante, la nipote, il curato e il barbiere, legati a “Don Chisciotte” da affettuosa amicizia, a bruciare tutti i volumi della casa per cercare di riportarlo alla ragione.
Ma un rogo, cioè un fatto reale, non può fermare la fantasia del Cavaliere che immagina questo fatto come un incantesimo provocato da un proprio nemico e che, quindi, continua imperterrito a viaggiare, spiegando al fido Sancio le leggi della Cavalleria e promettendogli, quale ricompensa per i servigi resi, il governariato di un’insula che in realtà nessuna loro battaglia o impresa gloriosa potrà mai conquistare.
E la missione continua: cerca allora di salvare chi non è in pericolo, mettendo a repentaglio la propria incolumità, senza paura, nella lotta con Biscaglino accompagnatore di una Dama che lui reputa da questo “rapita”. Ne esce con le ossa rotte, l’orecchio mozzato ma non spaventato o preoccupato, conoscendo il rimedio: “un balsamo di cui so la ricetta a memoria, grazie al quale non c’è d’aver paura della morte e non c’è ferita di cui possa morire…” Mentre nel piccolo territorio della Mancia la vita continua con ritmi e accadimenti reali, quali, ad esempio, il funerale di un giovane morto per amore di una sdegnosa e bella donna, o quelli accaduti allo stesso Cervantes e da lui raccontati come personaggio Escairaman nell’intermezzo ‘TI magnaccia vedovo” che conclude l’episodio.

La meraviglia sarà se non ci lapidano
(dal romanzo “Don Chisciotte” e dall’intermezzo D. teatrino delle meraviglie di Miguel de Cervantes)

secondo episodio

Con la partecipazione della Scuola di Teatro di Bologna Corso Superiore per Attore di Prosa n. 52 Regione Emilia Romagna FSE

La Storia

La fantasia che permette a “Don Chisciotte” di vivere mille improbabili e irreali avventure trova pieno riscontro nella fantasia surreale dell’intermezzo teatrale intitolato “un teatrino delle meraviglie”, scritto dallo stesso Cervantes e scelto quale apertura della serata.
In un piccolo paese, popolani e notabili si stanno preparando per una grande festa. Sulla piazza arriva una strana comitiva di comici che allestisce un teatrino che mostra cose meravigliose, visibili però – precisa il capocomico – solo da persone ” perbene “.
Va da sé che tutti i notabili del paese volendo essere considerati tali vedono ciò che in realtà non appare: Sansone che abbatte le colonne d’Ercole, un infuriato e violento torello, un branco di topi, un’abbondante pioggia e, ancora, draghi, leoni ed orsi.
E, in un crescendo di immedesimazione, tutti si ritroveranno, alla fine, totalmente frastornati dalla situazione a rovesciare il proprio “punto di vista” fino a considerare immaginato ciò che realmente è reale.
Altrettanto “folle” potrebbe apparire “Don Chisciotte” e a nulla valgono gli sforzi di Sancio per riportarlo alla realtà: per lui montoni e caproni sono eserciti che un malvagio incantatore ha trasformato, dunque suo compito è mettersi alla guida di uno di questi per combattere l’altro. Dalla “battaglia” esce ovviamente malconcio, sanguinante e senza denti. Con rinnovato onore, affidandosi alle cure di un balsamo miracoloso – composto da olio, vino, sale e rosmarino – che guarisce lui ma intossica l’incauto Sancio, non appena lo assaggia.
È quindi sempre pronto a ripartire, il Cavaliere, a seguire il suo destino di fare il bene altrui per conquistare onore e fama e quindi l’amore della dolce, e irreale, Dulcinea. Ma la realtà è con lui spesso ingrata tanto che, imbattutosi in un funerale e deciso a vendicare questa morte, arreca, goffamente, danno ad un malcapitato frate del corteo. E sebbene Sancio cerchi, tanto con parole quanto con atti, di riportare alla realtà il proprio padrone, “Don Chisciotte” trova di rimando sempre nuove, fantasiose e inaspettate spiegazioni a ciò che capita: una bacinella da barbiere diventa l’elmo di Mambrino trasformato dall’incantesimo del solito malvagio incantatore e il compenso che lo scudiero chiede per i propri servigi sarà accordato quando un re omaggerà il Cavaliere per gli onori resi. Ma la strada è ancora lunga e ancora una volta le sue gesta cavalleresche porteranno libertà ad altri – ad un gruppo di galeotti, tra i quali è presente Ginesio di Passamonte che, come Cervantes, ha scritto in galera la propria storia – riservando a “Don Chisciotte” beffa anziché riconoscenza.

Che bella notte che bello spasso che bell’amore
(dal romanzo “Don Chisciotte” e dall’intermezzo La grotta di Salamanca di Miguel de Cervantes)

terzo episodio

Con la partecipazione della Scuola di Teatro di Bologna Corso Superiore per Attore di Prosa n. 52 Regione Emilia Romagna FSE

La Storia

“O Dulcinea del Toboso, giorno della mia notte, gloria del mio tormento, bussola dei miei itinerari, stella della mia sorte, che il cielo a te dia propizia in tutto ciò che gli chiederai …. E tu, scudiero mio, mio gradito compagno nei prosperi e negli avversi successi, tieni ben a mente ciò che qui mi vedrai fare, per poi raccontarlo e riferirlo a colei che ne è l’unica e sola ragione”.
Così parla “Don Chisciotte” , prima di stracciarsi le vesti, gettare l’armatura e battere la testa contro le rupi, inutilmente trattenuto dalla saggezza del buon Sancio.
Interamente dedicato all’amore, questo terzo episodio ne esplora tutte le diverse sfaccettature sia attraverso i dialoghi del romanzo “Don Chisciotte” sia inscenando l’intermezzo La grotta di Salamanca. Se, infatti, nelle parole di “Don Chisciotte” appaiono al massimo del loro splendore tutti i più onesti e sinceri sentimenti che un uomo può provare per una donna, nelle situazioni dell’intermezzo si svelano appieno tutti gli aspetti d’intrigo, tradimento e raggiri amorosi possibili. Unici personaggi “trasversali” dello spettacolo sono il curato e il barbiere che entrano nell’intermezzo come amanti delle due giovani donne e che ritroviamo nel romanzo come amici di “Don Chisciotte” , sempre alla sua ricerca, nell’intento di recuperarlo alla pazzia e riportarlo a casa. Facendo leva proprio sulla imprescindibile necessità della missione che “Don Chisciotte” si è dato, i due amici gli fanno incontrare una donna, Dorotea, da loro stessi istruita, che si finge principessa e chiede aiuto al Cavaliere affinché la liberi dalla presenza usurpatrice di un gigante che le ha tolto ogni bene. E anche con questa invenzione, Cervantes descrive altri aspetti dell’amore: quello egoista e ricattatorio del gigante, quello filiale di Dorotea e quello che la principessa è pronta ad offrire con il matrimonio al Cavaliere errante quale ricompensa se saprà salvarla. Ma la fedeltà, tanto nell’amore come nell’onore, in “Don Chisciotte” è assoluta e se farà di tutto per salvare la principessa, non potrà mai sposarla poiché l’unica donna del suo cuore è Dulcinea. “Don Chisciotte” continua ad immaginarla e ad amarla, anche dopo la descrizione, anch’essa inventata, che Sancio fa di lei come di una donna rozza, insensibile e brutta.
Con buona pace del fido scudiero che già immaginava di ottenere, a seguito dell’uccisione del gigante e del matrimonio uel padrone, la tanto agognata “insula”.

Fratello demonio facciamo una tregua di non oltre un’ora
(dal romanzo “Don Chisciotte” di Miguel de Cervantes)

quarto episodio

Con la partecipazione della Scuola di Teatro di Bologna Corso Superiore per Attore di Prosa n. 52 Regione Emilia Romagna FSE

La Storia

Nel suo continuo girovagare di avventura in avventura, “Don Chisciotte” approda ad una locanda dove incontra nuovamente il giovane garzone che aveva cercato di difendere e salvare dalle botte del proprio padrone. Apprende, allora, che in realtà, alla sua partenza, il padrone, dileggiando e canzonando tale intervento, aveva picchiato così tanto il giovane da farlo finire all’ospedale. Il Cavaliere vorrebbe poter rimediare ma, tra le risate di tutti i presenti, viene maledetto proprio da colui che aveva cercato di salvare.
Nel frattempo, all’interno della locanda, alcune persone esprimono il proprio punto di vista riguardo ai numerosi libri di cavalleria conosciuti. C ‘ è chi li apprezza per le battaglie descritte, chi per gli amori consumati, chi per i sentimenti espressi, qualcun altro, invece, vorrebbe bruciarli perché bugiardi, colmi di spropositi e vaneggiamenti, fatti per “divertire chi non vuole né deve né può lavorare”, augurandosi “che non vi sia alcuno tanto ignorante che li possa prendere per veri. Voglia Iddio che non vi facciano l’effetto che han fatto a “Don Chisciotte” “. Ma la tentazione di leggere è comunque grande e gli avventori della locanda si decidono a prendere in mano un manoscritto dimenticato in quel luogo da un viaggiatore e iniziano quindi la lettura della Novella dell’incauto sperimentatore.
Non meno ” incauto ” è “Don Chisciotte” che, volendo vendicare i danni e le offese arrecati ad una “principessa”, ingaggia una furibonda lotta con un ” gigante ” colpevole di tali oltraggi, tirando fendenti e distruggendo, in realtà, solo alcune botti di vino, arrecando, quindi, danno al locandiere, attirandosi lo scherno dei presenti e Litigando con Sancio che, come sempre, cerca di farlo ragionare.
Ma per il Cavaliere la realtà è sempre troppo limiitata e la fantasia va ben oltre questa. E allora la locanda è un castello. E una Madonna portata in processione è una donna che piange, trasportata, prigioniera, contro la sua volontà; una donna per la quale il Cavaliere senza paura affronta l’ennesima battaglia al termine della quale, ferito, finirà in galera.

E ora accidenti il racconto è finito e non si può più andare avanti
(dal romanzo “Don Chisciotte” e dall’intermezzo II Giudice dei Divorzi di Miguel de Cervantes)

quinto episodio

Con la partecipazione della Scuola di Teatro di Bologna Corso Superiore per Attore di Prosa n. 52 Regione Emilia Romagna FSE

La Storia

“Vediamo dove andrà a finire questa macchina assurda del cavaliere e dello scudiero, che si direbbe siano stati forgiati tutt’e due nello stesso stampo, e le pazzie del padrone senza le stupidaggini del servo non sarebbero nulla” afferma il curato, mentre la governante e la nipote di “Don Chisciotte” tentano di fermare il Cavaliere che vorrebbe ripartire per la terza volta.
L’atmosfera e i dialoghi tra i personaggi di questo quinto episodio sono continuamente tesi e chi ne fa maggiormente le spese è Sancio che, pronto a fornire nuovamente i suoi servigi a “Don Chisciotte” , dapprima deve controbattere alle reticenze della moglie, poi fronteggiare gli insulti della nipote e della governante del cavaliere e, in seguito, subire persino l’ira del suo padrone: “mi addolora molto, Sancio, che tu abbia detto e dica che sono stato io a farti uscire di testa, quando sai bene che neanch’io sono rimasto nella mia…”.
D’altra parte, però, le discussioni che sorgono permettono a “Don Chisciotte” non solo di illustrare ancora una volta l’alto valore della Cavalleria e la necessità delle sue imprese ma anche di apprendere cosa pensano di lui i suoi compaesani e persino cosa ha scritto di lui un sapiente, narrando le imprese già compiute e prevedendo quelle future: “… a quest’oggi di quella storia se ne saranno già stampate più di dodicimila copie Bando, quindi, agli indugi, nel libro è scritto: “Don Chisciotte” dovrà ripartire e continuare a servire la cavalleria e le sue leggi.
E mentre nel paese la vita continua a porre alle persone comuni problemi comuni – quali, ad esempio, le incomprensioni e i litigi tra moglie e marito – “Don Chisciotte” riparte con il fido Sancio verso il Toboso, nella speranza di poter finalmente vedere e incontrare l’amata Dulcinea, donna che non ha mai visto, ma della quale si è perdutamente innamorato “solo a orecchio e per la gran fama di intelligenza e bellezza”.
Ella vive ed esiste, ma solo nella mente del Cavaliere e Sancio, convintosi ormai che nulla potrà riportare alla ragione il suo padrone, si arrende e, per la prima volta, non solo lo asseconda nei suoi pensieri ma, avendone assimilato il comportamento, rovescia la situazione spiegandogli che la brutta e rozza contadina incontrata per la via, è in realtà la dolce Dulcinea vittima dell’incantesimo di un malvagio incantatore…

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